ESSERE MASCHI di Stefano Ciccone

Una recensione a “Essere maschi” di Stefano Ciccone

 

DI MASCHILE PLURALE · PUBBLICATO 01/12/2010 · AGGIORNATO 24/01/2017

 

Stefano Ciccone, Essere maschi
di Matteo Santarelli dic.2010

Pubblichiamo una recensione al libro di Stefano Ciccone, Essere maschi, Rosenberg & Sellier, Torino 2009 già presentata da IAPh Italia, sito dell’Associazione internazionale delle filosofe.

Essere maschi, uscito da pochi mesi ed edito dalla Rosenberg e Sellier, è un testo coraggioso e molto utile. Da tempo infatti si sentiva l’esigenza di un lavoro capace di sistematizzare  la riflessione che gli uomini di buona volontà e di volontà buona portano avanti su se stessi, dopo la crisi del patriarcato e dopo l’ evento del pensiero delle donne. L’intreccio dei due fattori, il cui nesso causale è chiaro ma non distinto, ha sparigliato le carte in tavola. Da allora, il maschio non è stato più lo stesso. La reazione degli uomini a questa inedita condizione di decadenza si è espressa nelle forme più disparate.

Accanto ad avamposti di ridicolo “revanscismo maschile” (come li chiama efficacemente l’ autore), che suonano la riscossa di una virilità ferita e spodestata dal ’68 e dalle “innaturali” pretese delle donne, sono saliti alla ribalta movimenti significativi come quello dei padri separati, e si sono formati gruppi di riflessione che hanno tentato di cogliere ed agire gli spazi di libertà aperti dalla crisi stessa. Uno di questi è la rete “Maschile Plurale”, presieduta da Ciccone. L’esperienza maturata in questo luogo fa da spina dorsale alle riflessioni centrali di Essere maschi.

Di cosa si tratta? Del piagnisteo maschile odiato in primis dalle stesse, inaccontentabili femministe? Dell’espressione dell’ invidia, come dice Rosi Braidotti, verso le donne e la loro compiutezza corporea? Si tratta forse di una forma letteraria della sempre più diffusa invidia di non castrazione? Oppure di una richiesta implicita di perdono scritta in lingua politically correct?

La ricchezza del lavoro in esame non può certo essere ridotta a nessuna di queste sprezzanti definizioni. Ovviamente, il femminismo trova in queste pagine lo spazio che merita. Dalla violenza sulle donne al movimento dei padri divorziati, dalla politica dei movimenti alla questione dell’ aborto, non c’è tema trattato in cui la parola femminile non trovi un ruolo di autorevolezza. E allo stesso tempo, non c’ è argomento che non registri il contributo personale dell’ autore, il quale vanta un’ esperienza pluridecennale di riflessione individuale e collettiva sulla mascolinità. Insomma, le premesse per un lavoro valido ci sono  tutte: e difatti, per molti versi Essere maschi non tradisce le aspettative.  La parte “negativa” dell’ argomentazione è assolutamente centrata. La scelta di partire dalla prospettiva della “miseria maschile”, mettendo in luce le debolezze e le povertà di una parzialità che per millenni si è raccontata come universale ed onnipotente, non lascia mai spazio al vittimismo di maniera o peggio all’autocommiserazione. Al contrario, Ciccone viaggia con successo su di un doppio binario che prevede da un lato la denuncia del rapporto di complicità/ schiavitù con l’ ordine maschile mainstream intrattenuto ancora oggi da molti uomini, e dall’altro il rifiuto della spartizione totale di sé come maschio buono dagli altri maschi cattivi.  Potrei continuare a lungo. E’ fuori da ogni dubbio che ci troviamo di fronte ad un testo che ogni maschio “intelligente” dovrebbe leggere per sapere qualcosa in più, o qualcosa in meno, sulla propria condizione “sessuata”.

Eppure, devo ammettere che  da Essere maschi mi sarei aspettato qualcosa in più. Mi sarei aspettato, anche e soprattutto in virtù della profondità del lavoro di “decostruzione” svolto, la rivendicazione positiva di una qualche caratteristica “maschile”. Certo, non per forza un elenco dei valori fondativi dell’ uomo del 2010, ma anche solo la testimonianza in prima persona di cosa c’ è di buono nel proprio, peculiarissimo modo di essere maschio. Una possibilità che Ciccone esclude con decisione:

Non c’è per noi, infatti, un orgoglio possibile come strada di trasformazione, non è disponibile un movimento di valorizzazione della propria storia o condizione in un atto di inversione simbolica, non è possibile basare la propria critica su una semplice dichiarazione di estraneità a un ordine oppressivo [1].

La posizione espressa è inequivocabile: bisogna resistere alla tentazione di ridefinire “virtù maschili  fuori da un ordine oppressivo”[2]. Di conseguenza, tali presunte virtù vanno decostruite, mostrando come esse siano in realtà complici del modello di virilità dal quale vogliamo prendere le distanze. Il modo in cui l’ autore svolge questa operazione demistificante, è sintomatico di ciò che non va nella sua analisi e di conseguenza nella sua proposta politica.

Partiamo dal valore del controllo e dell’autodisciplina. Già nel pionieristico saggio del 1989 Rediscovering masculinity, Victor Seidler definiva il controllo di sé, inteso come dominio incondizionato della propria emotività, come un fattore maschile di autoalienazione e di debolezza. Sin da bambini, ci insegnano a rimuovere le passioni e ad ignorarle, cosicché quando esse rompono l’argine  ed emergono dal mare della repressione, ci trovano inermi ed impreparati [3]. Ciccone prosegue sulla falsariga di Seidler ed affonda il colpo. Il mito dell’ autocontrollo è necessario nella misura in cui si presuppone come dato di natura una pulsionalità maschile potente, strabordante, violenta. L’uomo, che ha imparato a dominarsi costretto dall’ irruenza delle proprie passioni, è interno ad un modello di virilità basato su due qualità che allo stesso tempo si contraddicono e si confermano:  un corpo maschile per propria natura predatorio e violento, portatore di istinti da reprimere o da governare, e una razionalità, altra dote virile, che si qualifica proprio come capacità di normazione [4].

Talvolta, il mito del dominio su se stessi trova spazio in argomentazioni retoriche del tipo: “Chi stupra, non è un vero uomo, perché un vero uomo sa controllarsi”. Una posizione del genere è insostenibile, nella misura in cui il maschio incontrollabile ed il maschio che si controlla sono due lati della stessa medaglia, apparentemente contraddittori e realmente inscindibili:

Il disciplinamento del maschile contiene al suo interno un’ambigua connessione con i modelli dominanti di mascolinità, che da un lato fondano la virilità proprio sull’autocontrollo, e dall’altra propongono delle forme che la sessualità maschile assume [5].

Conclusione: il valore maschile del controllo e della disciplina su se stessi è inconciliabile con ogni forma di messa in questione della propria identità sessuata. Pertanto, va abbandonato.

Io non la penso così. Al contrario di Ciccone, rivendico il significato di questo valore nella mia esperienza di uomo, e giudico l’argomentazione appena descritta valida solo entro certi limiti. Il fulcro di questo dissenso, è una concezione del desiderio che non condivido.

L’autore sostiene, e a ragione, che uno dei modi d’essere della “miseria maschile” consiste nel rifiuto e nella negazione del desiderio femminile. Quest’ultimo rappresenta un’insopportabile incognita, un elemento incontrollabile e potenzialmente sovversivo, un fattore di imprevedibilità che genera ansia nel maschio. Senza scomodare ancora la violenza, basti pensare solo ai tentativi, talvolta teneri, di circoscrivere il fenomeno del godimento femminile ad un ambito empiricamente osservabile. Ora, se è vero che il femminismo ci ha aperto gli occhi sull’esistenza e sull’irriducibilità di questa alterità, allo stesso tempo la psicoanalisi, nonché molte autrici del pensiero femminile (dico solo Butler e De Lauretis), ci ricordano come anche il nostro stesso desiderio sia per sua natura opaco, sia “Altro” da noi. Questo significa che esso non esiste mai allo stato puro, incontaminato dalle costruzioni sociali, dalle esperienze infantili e dal rapporto con altri più o meno significativi. Una posizione che Ciccone sembra non condividere, quando afferma che la responsabilità maschile deve passare attraverso la consapevolezza dei propri desideri, fantasie, proiezioni per metterli in gioco, riconoscendone il limite ed al tempo stesso la verità [6]

C’è una citazione che mette in luce quale sia  il centro della questione, e che riporto per intero:

Sullo specchio del mio bagno c’ è una cartolina con Atlante che porta il mondo sulle spalle, il mio cellulare si accende con un messaggio che chiede: “Che cosa vuoi veramente?” [7].

L’ideale alienante del controllo poliziesco delle emozioni lascia così il posto ad un ingiunzione non meno pressante, ad un imperativo non meno feroce, che recita: conosci la verità sul tuo desiderio. Il lavoro su se stessi viene portato al parossismo, si scava finché non si sente l’odore del sangue perché il vero sta nel profondo, nell’emozione, nel sentire. Fuori da metafora, credo che nella testimonianza appena riportata il testo del messaggio coincida con il mondo sulle spalle del gigante: la responsabilità del nosci te ipsum può infatti diventare un peso insostenibile per ogni Atlante, tanto più quanto buone sono le sue intenzioni e quanto grande è la sua fame di sapere. Al contrario, credo si possa ridefinire il valore di una certa disciplina di sé, che parta non dalla distruzione della propria interiorità, ma dall’assunzione del mio desiderio come altro. Il desiderio è mio, quindi con esso devo confrontarmi, da esso a volte sono agito e a volte forse lo agisco; ma il desiderio è anche altro, è anche qualcosa che in fondo non finirò mai di non conoscere, che parla a me tramite segni talvolta contraddittori. La disciplina è dunque la necessità di distaccarmi in alcuni momenti da quello che sembra essere il mio desiderio, ed allo stesso tempo la costanza nell’opera di recupero della propria interiorità, specie se essa è stata a lungo negata e repressa. Dire che io rivendico questa caratteristica come dotata di valore nel mio essere maschio, non significa che le donne siano delle squilibrate incontrollabili o che tutti gli uomini degni di questo nome debbano essere provvisti di una simile “qualità”. Per inciso, credo che vada lodato il “controllo” di sé grazie al quale l’ autore analizza con un rispetto talvolta disarmante le posizioni anche più impresentabili, come quelle dei Maschi Selvatici, o le critiche più feroci al suo approccio, come quella di Mario Mieli. Non vedo perché questo non possa essere visto come un tratto positivo della sua peculiarissima mascolinità.

Considerazioni simili possono essere fatte sull’analogo rifiuto  del valore maschile della solitudine. Scrive Ciccone:

Il maschile ha costruito un’ idea della libertà intesa come in – dipendenza: i miti maschili di libertà risultano così strettamente legati ad una condizione di solitudine” [8].

Anche qui vanno fatte delle precisazioni. L’autore ha pienamente ragione quando individua nell’in-dipendenza un valore da “maschio”, un mito maschile fondato sul rifiuto dei legami, considerati un impedimento alla libera affermazione di se stessi. Vero è  però anche ciò che afferma Duccio Demetrio, definendo i maschi come “individualisti che trovano intollerabile la solitudine”[9]. L’in-dipendenza condensa i due momenti del rifiuto immaginario dei legami e delle dipendenze, come macchie che intaccano la purezza dell’autorappresentazione di sé come maschio autarchico,  e dell’ affidamento continuo ad una dipendenza reale. E’ la donna –  la madre che ha metabolizzato l’esperienza esterna per noi, la ragazza che “ci capisce”- la protagonista di una scena di dipendenza assoluta che viene rimossa, la colpevole predestinata delle debolezze e della mancanza di autonomia dell’uomo. L’archetipo della Grande Madre (alla quale non a caso fa riferimento Claudio Risé, l’ideologo junghiano del revanscismo virile, le cui tesi sono distrutte con garbo da Ciccone) è un fantasma maschile, punto di fusione tra ciò che gli uomini vogliono dalle donne e ciò di cui le incolpano: il legame, la cura, la comprensione. Pertanto, i “miti maschili” ai quali fa riferimento Ciccone sono legati ad una falsa solitudine, ad un’indipendenza immaginaria sbandierata ai quattro venti ed in verità parassitaria di una dipendenza reale.

Al rovescio, non vedo perché  la solitudine non possa essere desiderata anche fuori dai sopraccitati deliri individualisti di autonomia. Si può infatti provare l’ esigenza temporanea di essere soli, ammettendo che le parole con cui ci rivolgiamo a noi stessi le dobbiamo alla madre, e riconoscendo che il “me” con cui l’Io parla nel dialogo interiore è il delegato degli altri nel teatro della nostra vita interiore. Analogamente, la solitudine può essere un atto responsabilizzante, se grazie ad essa riconosciamo come in certe situazioni nessuno possa sostituirci, senza con questo giudicare il momento della cura, della relazione e dell’ essere con gli altri come inautentico.

Credo che questi due esempi (la disciplina e la solitudine) mostrino l’impossibilità di condannare  a priori ogni possibile tentativo di ripensamento “positivo”, affermativo, del proprio essere maschio, affermandone la complicità con l’ ordine dal quale invece ci si vuole allontanare. Inoltre, sospetto che  questa mancanza inibisca il dialogo con il pensiero femminista. Ciccone è consapevole di questo rischio: di fronte all’esigenza da parte di Elisabetta Marano di interloquire con un uomo “tutto intero”, egli infatti si chiede:

Perché il posizionamento maschile che antepone il proprio desiderio di destrutturazione di forme, saperi e maschere dell’ identità maschile egemone rende difficile l’ esperienza di una relazione conflittuale per alcune donne? [10]

A mio parere, ciò che inibisce il dialogo ed il conflitto è un’adesione troppo stretta all’imperativo “Destruttura!”. C’ è infatti qualcosa che io sono e che non posso/voglio destrutturare (almeno per il momento), e questo qualcosa gioca un ruolo decisivo all’interno delle mie relazioni. Il tentativo di disciplinarmi nel rapporto con un desiderio, il mio, che non finisce mai di stupirmi, una ritrosia a rendere pubblico il mio privato, una tendenza a limitare il contatto fisico anche con persone con le quali ho una certa confidenza ed amicizia, la necessità di momenti di solitudine; sono tratti di me che io non voglio buttare, che spesso hanno un valore positivo nella pratica e che probabilmente hanno a che fare con il mio essere “sessuato”. Non si tratta di una ritirata nostalgica o di un arroccamento identitario. E’ semplicemente questo il modo in cui io tento di impostare il lavoro su me stesso e sulle relazioni, a partire ovviamente da ciò che gli uomini e sulle donne mi hanno insegnato su di esse.

Non amo molto i giri di parole, né tantomeno le etimologie, finte o vere che esse siano. Ad ogni modo, è indubbio che il “restituire” [11] consista anche nel presentare il resto. Il resto è ciò che secondo Lacan non si riduce nella divisione di A, l’ altro, per S, il soggetto.  In questo caso, è la parte di me che resiste all’irruzione dello sguardo delle altre, la parte che non voglio lasciare. Se si pensa che ogni rivendicazione di un resto sia automaticamente funzionale ad una strategia reazionaria di ripiegamento, si diventa vittime di un eccesso di generosità che ironicamente si traduce in avarizia: non posso darti niente, perché per te ho decostruito tutto. E’ questo il punto critico del pensiero di Ciccone, è questa l’impasse che rischia di inibire un confronto ed un conflitto che, sia da parte maschile che da parte femminile, trovano in Essere maschi un punto di riferimento importante, se non inevitabile.