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La Violenza Ostetrica

La prima definizione giuridica per la violenza ostetrica è stata formulata in Venezuela, primo Paese al mondo ad aver approvato una legislazione in proposito, nel 2007.

Che cosa si intende per violenza ostetrica?

Per violenza ostetrica si intende “l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali, avente come conseguenza la perdita di autonomia e delle capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità che impatta negativamente sulla qualità della vita della donna”. In parole povere, il campionario include tutti i comportamenti che vanno dall’uso di parole offensive a pratiche mediche invasive, eseguite senza consenso, cioè tutti i trattamenti abusivi o discriminatori durante il parto.

Esempi di queste manifestazioni di violenza di genere nei servizi di salute riproduttiva e durante il parto presso le strutture ospedaliere sono: il taglio cesareo senza consenso e privo di indicazioni mediche, procedure mediche dolorose effettuate senza anestesia, l’abuso di episiotomia (operazione chirurgica che consiste nell’incisione chirurgica – tomia – del perineo e della parete posteriore della vagina per allargare l’orifizio vaginale e dunque indirettamente il canale del parto) pressione sul fondo dell’utero (manovra di Kristeller), l’impossibilità di decidere la posizione del parto, le pratiche di profonda umiliazione.

Nel 2016 in Spagna è nato il movimento #bastatacere, che si è rapidamente diffuso in altri paesi europei. In Italia, la campagna virale #bastatacere: le madri hanno voce è durata 15 giorni ed è stata promossa, curata e lanciata da OVO Italia insieme a CiaoLapo, La Goccia Magica, Human Rights in Childbirth in Italia, Nanay e Alma Mater, come iniziativa della società civile per raccogliere dati sulla violenza ostetrica e sensibilizzare il pubblico e le istituzioni. Le donne hanno iniziato a condividere le loro esperienze e sono emersi racconti lucidi e inquietanti: “Quando mi annunciano raschiamento e sutura, alla mia richiesta di anestesia mi viene risposto: “Ma voi donne per partorire un poco, di quanta anestesia avete bisogno?”. E ancora: “È solo un taglietto”. Risultato? Incontinente a 32 anni.

Gli stereotipi di genere hanno radicato il convincimento che il parto sia un evento che richiede sofferenza da parte della donna. Alle donne viene detto di essere felici che il proprio bambino sia nato sano, mentre alla loro salute fisica ed emotiva non viene dato valore. L’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica enfatizza il bisogno di contrapporre alla modalità “interventista” e impersonale del processo del parto, la promozione del parto fisiologico, rispettoso e personalizzato, l’appropriatezza delle cure, la continuità dell’assistenza e il rispetto dei desideri e delle decisioni delle partorienti.

In Occidente, lo scorso autunno, il tema è entrato formalmente nel dibattito all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Sulla sua scia, anche il Consiglio d’Europa ha invitato gli stati membri a monitorare la situazione, fornire supporto economico per evitare il sovraccarico di lavoro nei reparti maternità e formare il personale nella prevenzione del sessismo, della violenza e nella promozione di un approccio umano alla cura. L’invito abbraccia anche la necessità di discutere leggi a protezione dei diritti dei pazienti, in relazione alla violenza ostetrica e ginecologica, per contribuire al dibattito ed eliminare i tabù. Il problema della violenza ostetrica non riguarda soltanto i paesi a basso reddito ma si manifesta nei sistemi sanitari di tutti i Paesi. Tra le cause principali dei maltrattamenti nel parto e della violenza ostetrica ci sono le dinamiche di potere nella relazione medico-paziente. Sebbene i sanitari non sempre abbiano l’intenzione di provocare sofferenza ai propri pazienti, “l’autorità medica può favorire una cultura dell’impunità quando la violazione dei diritti umani non solo non trova un rimedio ma addirittura non viene neanche riconosciuta”. Questo disequilibrio di poteri è molto evidente nelle situazioni in cui i sanitari abusano della dottrina della necessità medica al fine di giustificare il maltrattamento e l’abuso nel parto. A marzo 2016 è stata depositata una proposta di legge “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologicoche propone un modello di assistenza teso a garantire la salute materno-infantile attraverso il rispetto dei diritti fondamentali e dell’integrità psico-fisica delle donne.

Partendo da una sintetica definizione del termine violenza ostetrica – con il quale si indica una tipologia di violenza di genere esercitata, consapevolmente o meno, dal personale sanitario su madri e partorienti nei servizi di assistenza alla nascita, che si esprime in condotte irrispettose e trattamenti disumanizzanti, che limitano l’autonomia e la capacità decisionale delle donne – possiamo concludere che bisognerebbe lavorare per fornire al personale socio-sanitario e al personale che lavora nel sistema giuridico una formazione professionale adeguata sui diritti alla salute riproduttiva, garantire alle donne l’accesso alle procedure legali nei casi di violenza ostetrica e creare una cultura generale che scardini gli stereotipi di genere che legittimano la mancanza di rispetto durante il parto.

Questo perché le persone possono fare la differenza, specialmente quelle che esercitano un ruolo di potere e di responsabilità (come chi lavora nel nostro sistema sanitario) e il vero cambiamento poggia le radici su una forte presa di consapevolezza rispetto alle mancanze culturali ed umane circa i diritti fondamentali della persona, il rispetto, la dignità, la riservatezza e la partecipazione alle decisioni nelle scelte che la riguardano.

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