• Chiamaci: 344 0789888
  • Accoglienza gratuita e anonima

Archivio degli autori wp_9379307

La Convenzione di Istanbul

Nel 2011 diversi paesi europei hanno firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica , che viene comunemente definita la Convenzione di Istanbul perchè fu la città in cui venne ratificata per la prima volta. Questo trattato si propone di prevenire la violenza contro le donne, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli. È stato firmato da 32 paesi e il 12 marzo 2012 la Turchia è diventata il primo paese a ratificare la Convenzione. Oggi, 20 marzo 2021, il presidente turco Erdogan ha ritirato la Turchia dalla Convenzione. In Turchia si registra una media di 3 femminicidi al giorno. Le voci di chi lotta contro la violenza sulle donne si sono immediatamente levate contro quest’atto insensato, e a queste si aggiunge forte anche la nostra.

Ma che cosa è la Convenzione di Istanbul? Cosa prevede? Abbiamo preparato una piccola infografica, ma il testo completo è scaricabile qui.

infografica che descrive gli obiettivi principali della convenzione di Istanbul, trattato che mira a prevenire e lottare  la violenza contro le donne

Questi gli appuntamenti di oggi 8 marzo, giornata internazionale della donna.

Nel corso della trasmissione “Start” di Radio Proposta in Blu dalle 7,35 alle 8,20 parleremo dell’attività del Centro Donne Contro la Violenza, delle attività necessarie per raggiungere la piena parità di genere e vi daremo qualche anticipazione sull’evento del pomeriggio “Quello che le donne vogliono”.

Alle 17,05 la presidente del Centro Donne contro la violenza interverrà in un’intervista radiofonica su Top Italia Radio.

Alle 17.30 andrà in onda un dibattito intitolato “Quello che le donne vogliono”, che vedrà intervenire, moderati da Nathalie Grange, giornalista di Aostasera, Anna Ventriglia avvocata e Presidente del Centro Donne contro la violenza, Francesca Marconi Dottore Commercialista, Nicole Decurti Psicologa, perfezionata in Psicologia Clinica Perinatale, Matteo Bussola, scrittore, Stefania Tagliaferri, Regista teatrale, Romaine Pernettaz, libraia e imprenditrice. Si potrà seguire il dibattito sulla pagina Facebook del Centro Donne contro la violenza, su quella di Aostasera e su quella della libreria Il Brivio, nonché sulla homepage di Aostasera.it

8 marzo 2021

Il tema della giornata internazionale delle donne 2021:

Le donne in un mondo del lavoro in evoluzione: verso un pianeta 50-50 nel 2030

L’8 marzo, come tutti sanno, è la giornata internazionale della donne, conosciuta come “festa della donna”, riconosciuta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Questa giornata è l’occasione in cui le richieste delle donne al diritto del rispetto e della libertà personale, le denunce delle discriminazioni e delle violenze, alle quali ancora oggi molte donne sono sottoposte, hanno visibilità mondiale. Essa è inoltre un momento importante per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche delle donne.

L’8 marzo è giornata di riflessioni sui temi legati all’universo femminile e sui prossimi passi da compiere per ottenere una maggiore parità di genere. L’origine della celebrazione non deriva dalla storia, forse vera o forse no, di un incendio in una fabbrica negli Stati Uniti dove avrebbero perso la vita molte operaie, bensì trae origine da una proposta del partito socialista americano che nel 1909 propose di celebrare una giornata dedicata all’importanza delle donne nella società. Fu solo nel 1921 a Mosca però che si stabilì, durante la seconda conferenza delle donne comuniste, l’8 marzo come data unica per tutti i paesi.

I diritti di cui godiamo ora in Italia li dobbiamo alle nostre mamme e alle nostre nonne.. e allora ecco le principali conquiste delle donne in Italia nell’ultimo secolo.

Infografica con le principali conquiste ottenute dalle donne in Italia nell'ultimo secolo. Dal diritto di voto all'abolizione del delitto d'onore
Dagli inizi del ‘900 ai giorni nostri: le principali conquiste delle donne italiane nell’eguaglianza di genere

Gli Stereotipi di Genere e la violenza contro le donne

Il termine stereotipo deriva dal greco : stereòs = rigido e topòs= impronta.
Lo stereotipo è un insieme di pregiudizi, credenze, rappresentazioni ipersemplificate della realtà e opinioni rigidamente connesse tra di loro che un gruppo sociale associa a un altro gruppo.

Ci si domanda spesso: perché tanta violenza? E perché tanta violenza nei confronti delle donne? 

La violenza maschile contro le donne ha profonde radici culturali. Le molteplici trasformazioni culturali e sociali delle donne  non sono state accompagnate da un adeguato cambiamento dei rapporti tra i generi. Da qui la necessità di occuparsi, da un punto di vista pedagogico-formativo della violenza di genere.

La nostra cultura di rappresentazione del maschile e del femminile è assolutamente intrisa da stereotipi con i quali finiamo per attribuire determinate caratteristiche agli uomini ed alle donne senza esserne nemmeno consapevoli e rappresentano la principale legittimazione alla violenza di cui sentiamo parlare ogni giorno e che interessa le strade e le case d’Italia.

Credenze e opinioni senza dubbio semplicistiche ma profondamente assunte e culturalmente rafforzate sulle caratteristiche degli uomini e delle donne  .

«Gli stereotipi sono come l’acqua per i pesci: proprio perché ci circondano e sono ovunque, non li vediamo più.» (Foster Wallace).  Per combattere in maniera efficace la violenza sulle donne occorre necessariamente partire dallo sradicamento di questo modo di ragionare e riflettere su tanti comportamenti che sembrano normali ma che in realtà non lo sono. L’Istat nel mese di novembre 2019  in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della  violenza contro le donne  ha pubblicato una statistica sui pregiudizi di genere.


Il quadro che ne esce non è per nulla incoraggiante:  
per quel che riguarda gli  stereotipi sui ruoli di genere, i più comuni sono: “ per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32.5%),  “ gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche”(31,5%), “ è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%). Quello meno diffuso “ è l’uomo che deve  prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia “(8,8%). 

Sul tema della violenza di coppia, il 7,4 % delle persone ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che “ un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato/ flirtato con un altro uomo” e il 6.2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. In merito alla violenza sessuale il  39,3% della popolazione ritiene che le donne che non vogliono un rapporto sessuale riescono ad evitarlo. Per il 23,9%  le donne possono provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire. Il 15,1% inoltre è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile.

Assistiamo tutti i giorni al verificarsi di comportamenti sessisti nel contesto sociale e culturale : l’oggettivazione del  corpo della donna nelle pubblicità; mancano o sono poco usati i termini femminili per professioni  (sindaca, avvocata, ingegnera, ministra ecc…), vi è una rappresentazione scorretta della violenza maschile sulle donne – i media parlano spesso di raptus, troppo amore, di gelosia nel raccontare di  casi di violenza maschile sulle donne.  

Per combattere la violenza maschile sulle donne dobbiamo quindi rompere questi stereotipi, imparare un nuovo linguaggio e costruire una nuova cultura. 

Il cambiamento può avvenire facendo attività di prevenzione /sensibilizzazione sul tema per riflettere e conoscere sempre più le cause del fenomeno della violenza.  

E tutti insieme (uomini e donne) dobbiamo lavorare per  combattere la violenza di genere e dobbiamo intervenire anche e soprattutto a livello culturale per : 

ROMPERE GLI STEREOTIPI


RINNOVARE I LINGUAGGI


COSTRUIRE NUOVE CULTURE 

L’8 marzo alle 17:30 , in occasione della #festadelladonna, avrà luogo un evento online sulla condizione femminile, realizzato grazie alla collaborazione del Centro contro la Violenza sulle Donne di Aosta, la libreria Briviosrl e Aostasera.it.

Sotto la sapiente moderazione della giornalista Nathalie Grange, interverranno la regista teatrale Stefania Tagliaferri, Anna Ventriglia, avvocata e Presidente del Centro Donne contro la Violenza, la Dott.ssa Nicole Decurti, Psicologa, Francesca Marconi, Dottore Commercialista e Romaine Pernettaz, libraia e imprenditrice. Ospite d’onore sarà il famoso scrittore Matteo Bussola, autore di “Notti in bianco e baci a colazione” e “La vita fino a te”.

L’obiettivo è quello di riflettere insieme, uomini e donne, sulla condizione femminile e sulle difficoltà che le donne, ancora oggi, incontrano nei vari ambiti della loro vita, dal lavoro alla famiglia. Vi aspettiamo!

La Violenza Ostetrica

La prima definizione giuridica per la violenza ostetrica è stata formulata in Venezuela, primo Paese al mondo ad aver approvato una legislazione in proposito, nel 2007.

Che cosa si intende per violenza ostetrica?

Per violenza ostetrica si intende “l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali, avente come conseguenza la perdita di autonomia e delle capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità che impatta negativamente sulla qualità della vita della donna”. In parole povere, il campionario include tutti i comportamenti che vanno dall’uso di parole offensive a pratiche mediche invasive, eseguite senza consenso, cioè tutti i trattamenti abusivi o discriminatori durante il parto.

Esempi di queste manifestazioni di violenza di genere nei servizi di salute riproduttiva e durante il parto presso le strutture ospedaliere sono: il taglio cesareo senza consenso e privo di indicazioni mediche, procedure mediche dolorose effettuate senza anestesia, l’abuso di episiotomia (operazione chirurgica che consiste nell’incisione chirurgica – tomia – del perineo e della parete posteriore della vagina per allargare l’orifizio vaginale e dunque indirettamente il canale del parto) pressione sul fondo dell’utero (manovra di Kristeller), l’impossibilità di decidere la posizione del parto, le pratiche di profonda umiliazione.

Nel 2016 in Spagna è nato il movimento #bastatacere, che si è rapidamente diffuso in altri paesi europei. In Italia, la campagna virale #bastatacere: le madri hanno voce è durata 15 giorni ed è stata promossa, curata e lanciata da OVO Italia insieme a CiaoLapo, La Goccia Magica, Human Rights in Childbirth in Italia, Nanay e Alma Mater, come iniziativa della società civile per raccogliere dati sulla violenza ostetrica e sensibilizzare il pubblico e le istituzioni. Le donne hanno iniziato a condividere le loro esperienze e sono emersi racconti lucidi e inquietanti: “Quando mi annunciano raschiamento e sutura, alla mia richiesta di anestesia mi viene risposto: “Ma voi donne per partorire un poco, di quanta anestesia avete bisogno?”. E ancora: “È solo un taglietto”. Risultato? Incontinente a 32 anni.

Gli stereotipi di genere hanno radicato il convincimento che il parto sia un evento che richiede sofferenza da parte della donna. Alle donne viene detto di essere felici che il proprio bambino sia nato sano, mentre alla loro salute fisica ed emotiva non viene dato valore. L’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica enfatizza il bisogno di contrapporre alla modalità “interventista” e impersonale del processo del parto, la promozione del parto fisiologico, rispettoso e personalizzato, l’appropriatezza delle cure, la continuità dell’assistenza e il rispetto dei desideri e delle decisioni delle partorienti.

In Occidente, lo scorso autunno, il tema è entrato formalmente nel dibattito all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Sulla sua scia, anche il Consiglio d’Europa ha invitato gli stati membri a monitorare la situazione, fornire supporto economico per evitare il sovraccarico di lavoro nei reparti maternità e formare il personale nella prevenzione del sessismo, della violenza e nella promozione di un approccio umano alla cura. L’invito abbraccia anche la necessità di discutere leggi a protezione dei diritti dei pazienti, in relazione alla violenza ostetrica e ginecologica, per contribuire al dibattito ed eliminare i tabù. Il problema della violenza ostetrica non riguarda soltanto i paesi a basso reddito ma si manifesta nei sistemi sanitari di tutti i Paesi. Tra le cause principali dei maltrattamenti nel parto e della violenza ostetrica ci sono le dinamiche di potere nella relazione medico-paziente. Sebbene i sanitari non sempre abbiano l’intenzione di provocare sofferenza ai propri pazienti, “l’autorità medica può favorire una cultura dell’impunità quando la violazione dei diritti umani non solo non trova un rimedio ma addirittura non viene neanche riconosciuta”. Questo disequilibrio di poteri è molto evidente nelle situazioni in cui i sanitari abusano della dottrina della necessità medica al fine di giustificare il maltrattamento e l’abuso nel parto. A marzo 2016 è stata depositata una proposta di legge “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologicoche propone un modello di assistenza teso a garantire la salute materno-infantile attraverso il rispetto dei diritti fondamentali e dell’integrità psico-fisica delle donne.

Partendo da una sintetica definizione del termine violenza ostetrica – con il quale si indica una tipologia di violenza di genere esercitata, consapevolmente o meno, dal personale sanitario su madri e partorienti nei servizi di assistenza alla nascita, che si esprime in condotte irrispettose e trattamenti disumanizzanti, che limitano l’autonomia e la capacità decisionale delle donne – possiamo concludere che bisognerebbe lavorare per fornire al personale socio-sanitario e al personale che lavora nel sistema giuridico una formazione professionale adeguata sui diritti alla salute riproduttiva, garantire alle donne l’accesso alle procedure legali nei casi di violenza ostetrica e creare una cultura generale che scardini gli stereotipi di genere che legittimano la mancanza di rispetto durante il parto.

Questo perché le persone possono fare la differenza, specialmente quelle che esercitano un ruolo di potere e di responsabilità (come chi lavora nel nostro sistema sanitario) e il vero cambiamento poggia le radici su una forte presa di consapevolezza rispetto alle mancanze culturali ed umane circa i diritti fondamentali della persona, il rispetto, la dignità, la riservatezza e la partecipazione alle decisioni nelle scelte che la riguardano.

San Valentino: è vero amore?

A San Valentino si celebra in quasi tutto il mondo la festa degli innamorati. Secondo una leggenda San Valentino avrebbe donato una somma di denaro a una fanciulla povera , necessaria come dote per il suo matrimonio, che, senza questi soldi, non si sarebbe potuto celebrare, esponendo la ragazza, priva di mezzi e di altro sostegno, al rischio della perdizione. Il generoso dono – frutto di amore e finalizzato all’amore – avrebbe dunque creato la tradizione di considerare il santo vescovo Valentino come il protettore degli innamorati.

Purtroppo ogni giorno possiamo constatare con i nostri occhi quanti casi di “amore malato” sfocino in episodi di violenza sulle donne o, nei casi estremi, in femminicidi. In un articolo di Daniela Uva, apparso su Repubblica qualche anno fa, si parla proprio di Gaslighting, ovvero dell’amore malato, e di come riconoscerlo per potersi difendere.

Purtroppo si parla troppo poco di questa forma di manipolazione mentale, di violenza psicologica, della quale sempre più donne sono vittime. Attraverso critiche quotidiane, battute cattive, offese indirette, malumori e costanti insoddisfazioni il partner dominante costringe l’altro in un rapporto tossico, nel quale difendersi è difficile. Ma qui vi forniamo 10 comportamenti che permettono di identificare un gaslighter

Dubitare di se stesse, delle proprie capacità, al punto da perdere il controllo della propria vita. Da dimenticare autostima e percezione del mondo circostante. Una forma di manipolazione mentale, di violenza psicologica, della quale sempre più donne sono vittime. Di questo fenomeno si parla ancora troppo poco, eppure è più diffuso di quanto si pensi. La trappola scatta quasi sempre all’interno di relazioni o rapporti coniugali malati. Perché caratterizzati da quell’incastro vittima-carnefice nel quale uomini gelosi o ossessionati dal controllo isolano le proprie compagne, rendendole insicure e depresse.

Riconoscere i sintomi non è facile, perché la deriva si raggiunge giorno dopo giorno, in modo subdolo. Attraverso critiche quotidiane, battute cattive, offese indirette, malumori e costanti insoddisfazioni. Comportamenti, questi, che fanno sentire la vittima perennemente in debito, in colpa e dipendente dal proprio carnefice. Riconoscere il potenziale manipolatore è, però, difficilissimo. Si tratta quasi sempre di persone apparentemente normali. Che iniziano la relazione in modo sano. Poi, con il passare del tempo, mostrano la loro reale natura: anaffettiva, egocentrica, non empatica. E imprigionano in partner in un rapporto tossico e malato, nel quale difendersi è difficile. Il manipolatore, noto come narcisista perverso, è una persona dall’acuta cattiveria che impone un amore finto, malsano che imprigiona il partner in una relazione tossica. Un vero e proprio massacro psicologico in cui la vittima si convince di essere inetta e piena di difetti. Ecco perché è fondamentale imparare a identificare i possibili carnefici. Per fuggire prima che l’assuefazione alla violenza psicologica impedisca di prenderne coscienza.

Leggete quindi i dieci comportamenti tipici del potenziale gaslighter.

Menzogne

Normalmente i manipolatori non sono sinceri, ma al proprio partner raccontano continue bugie. Inoltre hanno spesso l’abitudine di accusare la propria vittima di comportamenti o atteggiamenti inesistenti, in modo da metterla in uno stato di costante allerta e di destabilizzarla dal punto di vista psicologico.

Confusione, dubbi e alleanze

I manipolatori sanno benissimo che la confusione genera insicurezza. E così, giorno dopo giorno, destabilizzano il partner in modo da creare un legame indissolubile. Una dipendenza affettiva e psicologica dalla quale è difficilissimo disintossicarsi. Un altro tratto distintivo dei gaslighter è la tendenza a negare sempre, anche di fronte alla più chiara evidenza. In questo modo la propria vittima viene assalita dai dubbi e comincia a dubitare anche della realtà che la circonda.I manipolatori cercano il supporto delle persone esterne alla relazione. E così raccontano bugie relative al partner, in modo da isolarlo sempre di più. La sua fiducia nei confronti del mondo esterno crolla e così la sottomissione e la dipendenza diventano sempre più forti.

Speranze, affetti ed emozioni

Un altro comportamento tipico dei manipolatori è la tendenza a creare false speranze nel partner. Dopo aver assunto comportamenti terribili, spesso comincia a trattare la propria vittima con gentilezza, in modo da indurla a pensare che la situazione possa migliorare. Ma si tratta solo di uno specchio per le allodole. Perché il desiderio di sottomettere e dominare non si placa mai. Nella maggior parte dei casi, il gaslighter cerca di isolare la propria vittima facendo leva sui suoi affetti più cari. Magari criticando il partner davanti ai figli, in modo da sminuirlo e farlo sentire perennemente inadeguato. O parlando male di lui con i parenti più stretti. I manipolatori considerano la sensibilità e le emozioni della propria vittima come negative, come sintomo di debolezza. Per questo tendono a minimizzarle, al punto da far sentire il partner a disagio. Il risultato è la tendenza a reprimere. Sempre.

Errori, follia e depressione

I manipolatori tendono ad accusare la propria vittima di continui errori, spesso inventati. L’obiettivo, anche in questo caso, è destabilizzarla e farla sentire inadeguata. E così, giorno dopo giorno, la paura di sbagliare prende il sopravvento e blocca qualunque iniziativa. I manipolatori, quando non riescono a ottenere ciò che vogliono, possono cercare di convincere la propria vittima di avere problemi di salute mentale. Insomma, possono spingersi fino a farla sentire pazza. Con l’obiettivo di legarla sempre di più e di farle perdere la percezione della realtà. Il gaslighter è un narcisista talmente privo di empatia da riuscire, nei casi più gravi, a far cadere la propria vittima in uno stato di ansia o addirittura di depressione. Senza che questa sia più in grado di chiedere aiuto.

Molti vogliono una storia per sentirsi più sicuri, altri per aumentare la propria autostima, alcuni per non sentirsi soli e per tanti altri svariati motivi. Ma di fondo quello che ci porta a continuare a stare assieme, è perché insieme stiamo proprio bene. Perché abbiamo capito che l’altro porta un valore incommensurabile, unico e prezioso nella nostra esistenza e che non siamo mai stati così felici e serene con un uomo.

Ma se così non è, non è mai troppo tardi per porre fine a un amore malato. Se hai dubbi e vuoi un consiglio noi siamo qui per te. Tutto quello che ci viene detto rimane riservato.

11 febbraio: giornata internazionale per le donne e le ragazze nella scienza

Oggi 11 febbraio si celebra la giornata internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza. Questa giornata, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015, ci dà l’occasione per riflettere su quanta strada dobbiamo ancora fare per raggiungere una piena parità. In base ad un articolo pubblicato oggi dal quotidiano La Repubblica di Viola Giannoli in Italia il gender gap pesa ancora moltissimo: nelle discipline STEM (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) si laurea solo il 16,5 % delle giovani, contro il 37% dei maschi. Tra i professori ordinari delle materie scientifiche 4 su 5 sono uomini. In base ai dati diffusi da Save The Children, tra gli studenti con alto profitto nelle materie scientifiche, solo 1 ragazza su 8 si aspetta di lavorare come ingegnere o in professioni scientifiche, mentre tra i ragazzi il dato sale a 1 su 4.

Eppure le donne hanno contribuito in maniera significativa allo sviluppo scientifico fin dall’antichità. La storia antica offre grandi esempi di donne che hanno lasciato un segno indelebile nel campo della medicina. Traguardi eccezionali, in tal senso, sono stati registrati in diverse culle della civiltà. Nonostante la storia ci offra esempi straordinari di grandi donne-coraggio che osarono sfidare il sesso forte per affermare il loro talento in campo matematico, medico e scientifico, è innegabile che correva più veloce l’altro sapere, quello dell’uomo, che spesso spingeva il sapere femminile entro la sfera della clandestinità o ad accontentarsi di far parte di società erudite che rappresentavano nicchie culturali circoscritte e controllabilissime.

Ora siamo nel XXI secolo. Nel secolo della globalizzazione e dell’innovazione e le donne dovrebbero poter godere di tutti i diritti conquistati in tanti secoli di storia. Eppure meno del 30% delle ricercatrici al mondo sono donne. E solo il 30% delle studentesse in tutto il mondo sceglie un percorso STEM per la propria educazione superiore. Un gender gap che non è limitato solo al mondo reale, ma che si riflette anche sullo schermo: uno studio condotto dal Geena Davis Institute mostra infatti come anche nei film solo il 12% dei personaggi che svolge un lavoro nella scienza sia donna.

Ma, anche se nell’immaginario collettivo lo scienziato è uomo e le materie scientifiche mascoline, nella realtà le donne hanno sempre dimostrato di possedere le stesse identiche abilità degli uomini, perché il talento, la passione e la creatività richieste dalla scienza appartengono alle donne quanto agli uomini. Sicuramente combattere in modo efficace gli stereotipi, il linguaggio, i proverbi e i luoghi comuni sessisti è un passo fondamentale per poter ottenere un cambiamento duraturo, e su questo il nostro impegno è, è sempre stato e continuerà ad essere, costante.

6 Febbraio: giornata internazionale contro le mutilazioni femminili

Le mutilazioni genitali femminili comprendono tutte le procedure che includono la rimozione parziale o totale dei genitali femminili per ragioni culturali o per altre ragioni non terapeutiche. Questa pratica è una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze.

Il sito dell’ONU Italia dedica un ampio spazio alla tematica. Viene riportato che le mutilazioni riflettono una radicata disuguaglianza tra i sessi e rappresentano una forma estrema di discriminazione contro le donne e le ragazze. La pratica costituisce inoltre una violazione del loro diritto alla salute, alla sicurezza ed all’integrità fisica, del diritto a non subire tortura e trattamenti inumani, crudeli e degradanti e del diritto alla vita, a dispetto di una procedura che può causarne la morte. La promozione dell’abolizione delle mutilazioni genitali femminili deve passare attraverso azioni coordinate e sistematiche, capaci di coinvolgere le intere comunità e concentrarsi sui diritti umani e sull’uguaglianza di genere. Tali azioni dovrebbero enfatizzare il dialogo sociale e l’emancipazione delle comunità, affinché queste agiscano collettivamente per porre fine a questa pratica. Inoltre, le azioni devono rivolgersi ai bisogni della salute sessuale e riproduttiva delle persone che ne subiscono le conseguenze.

Non si può restare indifferenti e voltarsi dall’altra parte. Non più.

L’Italia ratifica la “Convenzione n.190 sulla violenza e molestie sui luoghi di lavoro”

Con la legge n. 4 del 15 gennaio 2021, pubblicata sulla G.U. il 26 gennaio, l’Italia ha ratificato la “Convenzione n.190 sulla violenza e molestie sui luoghi di lavoro” della Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

Premesse fondamentali sono il riconoscimento che la violenza e le molestie nel mondo del lavoro costituiscono un abuso o una violazione dei diritti umani, rappresentano una minaccia alle pari opportunità e sono inaccettabili e incompatibili con il lavoro dignitoso. Viene riconosciuta l’importanza di una cultura del lavoro basata sul rispetto reciproco e sulla dignità dell’essere umano ai fini della prevenzione della violenza e delle molestie.

Viene inoltre riconosciuto che la violenza e le molestie nel mondo del lavoro hanno ripercussioni sulla salute psicologica, fisica e sessuale, sulla dignità e sull’ambiente familiare e sociale della persona.
La violenza e le molestie influiscono anche sulla qualità dei servizi pubblici e privati e possono impedire che le persone, in particolare le donne, entrino, rimangano e progrediscano nel mercato del lavoro.
Le molestie e la violenza di genere colpiscono sproporzionatamente donne e ragazze e un approccio inclusivo, integrato e in una prospettiva di genere, che intervenga sulle cause all’origine e sui fattori di rischio, inclusi stereotipi di genere, forme di discriminazione multiple e interconnesse e squilibri nei rapporti di potere dovuti al genere, si rivela essenziale per porre fine alla violenza e alle molestie nel mondo del lavoro.

Questa Convenzione vuole proteggere i lavoratori e altri soggetti nel mondo del lavoro, i lavoratori come definiti in base alle pratiche e al diritto nazionale, oltre a persone che lavorino indipendentemente dallo status contrattuale, le persone in formazione, inclusi i tirocinanti e gli apprendisti, i lavoratori licenziati, i volontari, le persone alla ricerca di un impiego e i candidati a un lavoro, e individui che esercitino l’autorità, i doveri e le responsabilità di un datore di lavoro.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi